Per i napoletani non è una semplice bevanda da consumare a prima mattina, dopo pranzo o al bar in compagnia.



 Il caffè a Napoli è un rituale, rappresenta un vero e proprio culto. E rifiutarlo, se offerto, equivale quasi a un’offesa. 






Per apprezzare il suo gusto, il profumo intenso e l’aspetto cremoso va bevuto “rigorosamente” in una tazzina di ceramica bianca, spessa e senza decori interni.






Ma com’è nata la tradizione del caffè a Napoli?


Si racconta che fu organizzato un ballo dove il caffè venne servito da quelli che, probabilmente, furono i primi baristi, vestiti con giubba e cappellino bianco: nacque il primo Caffè del Regno di Napoli. Insieme a questa bevanda dal colore nero, Maria Carolina portò nella città partenopea anche il kipferl (il cornetto): la fortunata accoppiata caffè-croissant le fu consigliata dalla sorella Maria Antonietta di Francia.




La bevanda, portata dai mercanti veneziani, era già conosciuta da tempo a Napoli, ma a causa del suo colore nero si pensava portasse male per questo motivo non si diffuse.


Si dice che il caffè nostrano venga cotto “al punto giusto”. Tale tostatura particolare, dopo qualche giorno di riposo, esalta, infatti, gli oli essenziali e contribuisce ad una migliore estrazione degli aromi.


Da questo momento fu Napoli ad eccellere nella preparazione del caffè grazie all’utilizzo di una particolare tostatura dei chicchi che conferiva alla bevanda un gusto ricco.